Tre anni di Fashion Revolution

Per chi non lo sa questa è la settimana della Fashion Revolution.

Qui viene spiegato molto bene di cosa si tratta. La data non è casuale, il 24 aprile del 2013 più di mille persone sono morte in Bangladesh per il crollo di un palazzo dove venivano cuciti gli abiti che indossiamo tutti i giorni.

fashion revolution

Ci si è così chiesto qual è il vero valore di una maglietta da cinque euro, e ne è uscito uno scenario davvero agghiacciante. Se volete farvi un’idea di cosa sia il fast fashion, la moda usa e getta degli ultimi anni, di come lavora davvero uno sweat shop e i danni che l’industria della moda sta facendo sul mondo potete guardare il documentario The True Cost (lo trovate anche su Netflix), dove ogni cosa, dall’eticità, lo sfruttamento del lavoro all’inquinamento viene spiegata molto bene.

Tutti sappiamo che dietro un abito a basso prezzo c’è una storia di schiavitù, ma secondo me, tutt’oggi, non abbiamo idea di quanto radicata sia la cosa. The True Cost ce lo fa capire.

fast fashion

Questo è il mio terzo anno di Fashion Revolution. Sono tre anni che ho preso consapevolezza che aprire il portafoglio per pagare un paio di pantaloni 10 euro non è un gesto leggero ma nasconde un atto politico e sociale. Sono tre anni che non acquisto un capo d’abbigliamento sottocosto. Devo dire che all’inizio la cosa non è stata facile, perché ammetto che l’industria del fast fashion ci ha abituato bene. Ci ha abituato ad avere una maglietta carina per una sera, e poi chissene se non ci piace più. Ci hanno abituato a comprare e comprare, montagne di vestiti che dopo due lavaggi sono da buttare. Sapete quanto sia difficile smaltire un capo di vestiario?

Oggi, dopo tre anni, posso dire di aver dimezzato gli acquisti di abbigliamento.

Risultato? Ho un armadio più in ordine, faccio le giuste lavatrici e so sempre cosa mettermi.

 

be curious

(Vabbè magari non sempre sempre, giusto in quei giorni lì).

E visto che non navigo nell’oro, voglio fare un vademecum e spiegarvi come acquisto e dove acquisto, perché anche io mi tolgo i miei capricci.

  • Acquistare usato. L’ho sempre fatto in realtà, ho sempre amato acquistare cose usate a poco prezzo, magari di anni passati. Esistono diverse realtà in Italia dove poter acquistare usato (dove non lo chiamano vintage sparandovelo ad un sacco di soldi). I negozi della Caritas, che non so perché noi italiani li snobbiamo perché pensiamo siano da barboni e poi a Londra svaligiamo il charity shop. E’ la stessa cosa eh? L’associazione Manitese ha diversi negozi di usato e riuso in giro per l’italia, io ogni lunedì faccio shopping in quello di Padova (Via Ognissanti 37) anche perché è la sede del progetto Sartosofia  (se vuoi sapere di cosa si tratta puoi leggere qui ).  Ci sono anche diversi Mercatini, hanno questo nome e sono negozi in franchising di cose usate, io vado spesso a quello del mio paesello. Ci trovate di tutto, oltre i vestiti, borse, scarpe, accessori, mobili e cose per la casa.
  • Acquistare artigianato. Conoscendo la scena handmade italiana ancora non mi capacito come sia possibile che le persone acquistino ancora i loro vestiti in un centro commerciale. Ve lo giuro! Abbiamo una quantità di artigiane e artigiani talentuosi, che creano cose stupende, meravigliose, personalizzate, che ve le fanno proprio come cacchio le volete, che davvero non capisco come si possa ancora andare da Zara. davvero non lo capisco.  Volete i nomi? Ce ne è davvero per tutti i gusti: Riot Clothing per chi ama lo street fashion, con uno sguardo agli anni ’90 e a quei rave parties mai dimenticati. Fils De Reves  se siete più romantiche e femminili, ovviamente mi ci metto anche io l’atelier sul Brenta  abiti naturali dai tagli senza tempo, Nevelo Kids moda senza tempo per bambine e ragazze, tanto per citare i miei preferiti. Non dimentichiamo poi i grandi marketplace dove si può trovare veramente di tutto dalla scarpa, al vestito, all’accessorio, e qui vi dico il mio preferito che è A Little Market perché? Perché acquistare su A Little Market è come comprare al negozietto del paese. Troverete un calore e una cura per il cliente davvero non comune. Se la trovate al centro commerciale venitemelo a dire che non ci credo!

Acquistare etico e solidale Qui ci vuole qualche soldo in più ma quando posso mi piace sbirciare nei negozi etici, Ce ne sono molti, e tanti che vendono prodotti che solitamente sono difficili da reperire in questo ambiente. Se, ad esempio, siete come me, perennemente in scarpe da ginnastica e jeans, vi do due indirizzi top: Veja  che fa sneakers con materiali organici e riciclati nel rispetto dell’ambiente e del lavoratore. Krochet Kids che fa moda sportiva con tanto di certificato di autenticità firmato dalla persona che ha confezionato il vostro prodotto che sono donne dei paesi poveri del mondo. Par. co Denim  fanno jeans in cotone biologico. Ancora non li ho provati ma sono sulla mia lista delle cose che voglio.

 

Quelli che vi ho dato sono solamente alcuni suggerimenti, ne avrei molti altri ma diventerebbe una lista infinita.

La cosa fondamentale in fin dei conti è prendere consapevolezza che ciò che acquistiamo ha un peso, sia sull’ambiente che sulle persone. Non dimentichiamolo e partecipiamo insieme alla Fashion Revolution. Chiediamo ai grandi marchi chi fa i vestiti che indossiamo. Perché lo vogliamo sapere!

Un mondo migliore è possibile. Sempre.

 

Se volete conoscere altre realtà etiche, indirizzi o quant’altro potete scrivermi e sarò lieta di rispondervi. Se invece volete iniziare la vostra battaglia etica acquistando un capo dell’atelier sul Brenta potete guardare lo shop online o scrivermi privatamente per maggiori informazioni sull’acquisto. Voglio ricordare che tutto ciò che creo è fatto con materie prime di altissima qualità, prodotte in Europa con basso impatto ambientale e tessuti naturali.

 

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Come Miss Havisham

Mai, ve lo dico, mai avrei pensato nella vita di fare un abito da sposa. C’è però chi me l’ha chiesto, chi ha creduto nelle mie capacità, (perché io invece ci credevo poco), che mi ha convinto a provare. Ho accettato la sfida e ho tentato. 

Ho confezionato quindi l’abito da sposa per l’allestimento de “il matrimonio secondo alittlemarketitalia ” alla fiera di Bologna Il Mondo Creativo. 


L’idea era quella di non fare un abito classico, non lo volevo lungo fino ai piedi, non lo volevo troppo scollato, come gli abiti che si usano adesso. Io non faccio abiti da sposa, per questo volevo qualcosa che riflettesse il mio stile, che fosse eco di epoche passate, ma che fosse anche pratico, funzionale, che ricordasse l’abito di tutti i giorni con qualcosa in più. 


Volevo un vestito per un matrimonio nei boschi, corone di fiori, piedi nudi sulle foglie secche, alberi al posto di cattedrali. 


Mi si è figurato nella testa subito, non l’ho nemmeno disegnato su carta prima perché sapevo cosa volevo. 

È nato un abito decisamente diverso, che però (per mia sorpresa) è da sposa veramente! 

Non so dirvi l’emozione quando l’ho provato la prima volta. Ho capito di aver fatto un altro passo avanti nella mia sartoria, confezionare questo vestito mi ha insegnato tanto. Non mi ha insegnato tecniche nuove perché la confezione era abbastanza semplice (con un po’ più di accortezza per il pizzo molto delicato), ma ho capito le linee essenziali di tutta la mia produzione, di quello che voglio fare, della semplicità che voglio raggiungere, sempre avendo un riferimento al passato.

 Perché questo rispecchia decisamente me stessa, perché vivo il presente con semplicità ma una gamba sta sempre indietro e alcuni pensieri sono nostalgie di epoche mai vissute. 


L’abito è in lino grezzo naturale bianco panna, un tessuto che ho scoperto da poco anche in altre colorazioni, con il quale ho confezionato alcune maglie della mia collezione e che adoro letteralmente. 

È morbido, dall’effetto perennemente stropicciato, cade dritto, non stringe e profuma di erba appena tagliata. 

Il corpetto è semplice, con un taglio un po’ più profondo sulla schiena per giocare con il pizzo, maniche a tre quarti, e collo stondato sul davanti, la vita è impreziosita da pieghe, dietro invece cade arricciato. Il pizzo è in un cotone leggerissimo ed impalpabile, non da fastidio sulla pelle perché anch’esso molto morbido. 

Mi sono davvero divertita nel farlo e non pensavo venisse capito. Avevo paura che potesse risultare troppo semplice per un abito da sposa. Invece è piaciuto, è piaciuto tanto. E anche questo mi ha fatto capire come viviamo in tempi dove anche il matrimonio può diventare semplice, senza troppi fronzoli ma allo stesso tempo romantico, proprio come i matrimoni delle fotografie in bianco e nero. 

L’allestimento de “il matrimonio secondo  alittlemarketitalia” curato da Lucia di Impressioni.it e Sara di nuvolosità variabile (nonché community manager di alittlemarketitalia) è stato proprio così, una romantica foto in bianco e nero di un matrimonio lontano dai nostri tempi ma che osservandolo ci riempie di commozione. 

Grazie perché con il vostro allestimento fate piacere i matrimoni anche a chi è un po’ allergica. 

Se avete intenzione di sposarvi e volete un abito molto semplice che rispecchi criteri di eticità e naturalità nei materiali potete contattarmi. 

Ovviamente dovevo dargli un nome. Un nome letterario, come tutta la collezione dell’atelier. 

Ho voluto quindi dedicarlo a quella eterna sposa un po’ sfortunata di Miss Havisham. Uno dei personaggi secondo me più belli e romantici di Charles Dickens. 

La trovi nel romanzo Grandi Speranze. 

Disegnare è un atto terapeutico. 

Qualche mese fa (giorno più giorno meno), mi era palesata la voglia di tornare a disegnare e dipingere. 

Ho sempre disegnato da quando ho memoria, ho fatto scuole artistiche, ma dopo il liceo (e un po’ di Accademia di Belle Arti), ho avuto una svolta universitaria diversa e ho accantonato matite e colori. Questo per tanto, troppo tempo. Avevo una specie di rifiuto, mi continuavo a dire che era mancanza di tempo ma in realtà era solo una scusa. 

Quel giorno di qualche mese fa, sono andata in un remoto cassetto a cercare i materiali di scuola. Il mio astuccio era come l’avevo lasciato, matite mangiucchiate e cortissime, carboncini rimasti a metà, gomme con su scritto nomi di band punk rock che ricordo a stento. 

E poi i miei acquerelli. Una sciccosissima scatolina di metallo nera. 

Ho iniziato a disegnare dopo 16 anni ed è stato come non aver mai smesso. 


Ho voluto così ridare spazio al disegno, all’acquerello, alla copia dal vero di soggetti naturali, che sono sempre stati un po’ il mio forte. Ho voluto che in qualche modo entrassero in contatto con il mio brand. 

Si, sono una sarta naturale che disegna la natura. 

Per avvicinarmici sempre di più, perché mi fa stare bene, perché il disegno è terapeutico.

All’inizio ero titubante, avevo paura che la cosa minasse un po’ il mio progetto lavorativo, che potesse creare confusione, che le persone entrassero nelle pagine dei miei social pensando: “ma questa che cavolo fa? Disegna o cuce?” Ebbene sì, faccio entrambe le cose, da oggi senza paura. 


Perché sono convinta che il lavoro deve fare bene e non fermarsi mai, perché ne sentivo il bisogno e tutto è venuto talmente naturale che ho pensato fosse proprio un peccato lasciare questo progetto nel cassetto.

Disegnare è come respirare. E sono rimasta in apnea per troppo tempo. 


I disegni che vedete in foto sono originali, ad acquerello e inchiostro a china.  Sono liberamente tratti dall’Erbario del 1543 di Leonhart Fuchs. Per il momento, perché quando esploderà la primavera conto di andare in giro per i campi a dipingere an plain air. 

Sono in vendita solo gli originali, non ci saranno copie. Ogni disegno sarà un pezzo unico. 

Li trovi sul mio shop di Alittlemarket in esclusiva, ti lascio il link se vuoi seguire anche questo progetto collaterale al quale tengo molto: 

Atelier sul Brenta su Alittlemarket
Per ora ci sono pochi disegni ma conto di aggiungerne sempre qualcuno di nuovo. Se hai una pianta preferita poi, sarò lieta di riprodurla per te; questo perché mi da la possibilità di conoscere le persone tramite le piante e mettermi in gioco ulteriormente. 

Mi farebbe tanto piacere sapere cosa ne pensi, ogni contributo o pensiero è sempre prezioso. Grazie. 

La sorellanza del cucito 

Stamattina ho avuto la prima lezione del corso di taglio e cucito con il progetto Sartosofia di cui vi avevo parlato. 

Ero al peggio delle mie condizioni fisiche, senza voce e con il torcicollo, nonché in ritardo dopo un’ora passata nel traffico. Ci è voluto un po’ per acclimatarmi, per capire dov’ero e cosa dovevo fare, un po’ come le ragazze, anch’esse spaesate per la poca padronanza della lingua e del perché sostanzialmente fossimo lì. 

Ma è bastato sedersi al tavolo, tirare fuori stoffe colorate e forbici e il resto l’ha fatto la magia del cucito. 


Perché non è la prima volta che mi capita, avendo tenuto workshop di cucito in passato avevo notato l’incantesimo, (perchè proprio di incantesimo si tratta). 

Quello che unisce donne diverse, con storie diverse, di culture diverse ed età diverse. La magia di creare qualcosa, qualsiasi cosa, con le proprie mani, frutto del proprio ingegno e della propria fantasia. 

E il cucito secondo me è proprio una cosa da femmine. 

Ci accomuna. Ci fa relazionare anche se non lo vogliamo, (mettete un gruppo di donne in una stanza con due macchine da cucire e vedrete il risultato), perché fa nascere in noi quella “sorellanza ancestrale” che abbiamo dalla notte dei tempi e in cui io credo tantissimo. 

È un mezzo. Un tramite tra noi stesse, le altre che ci sono vicino e l’atto della creazione. Che noi donne abbiamo atavico, ma che non riguarda solo il concepire un figlio, riguarda il concepire un’idea, un’opera d’arte, una creazione artigianale. 

L’atto creativo è un processo naturale. 

E il concepimento riguarda qualsiasi cosa noi donne facciamo. 

Concepiamo idee, atti, concepiamo progetti, nuovi stimoli, nuove sfide ogni giorno. Siamo tutte neo mamme, ogni giorno. Secondo me è questo che ci unisce. 

Nonostante la diversità di vite, di età e di intenti, riusciamo a capirci con uno sguardo. 


Oggi abbiamo iniziato a fare una copertina da culla con ritagli di tessuto. 

Ne è uscito un mondo coloratissimo, fantasioso, decisamente femminile, non vedo l’ora di vedere le varie copertine completate tutte insieme, cucite a mano, tutte con qualcosa di speciale, come speciale è l’atto creativo che è stato messo in atto (e che è impossibile fermare). 

Sartoria Etica ? 

È passato un anno esatto da quando mi sono fermamente decisa a voler intraprendere un percorso più tortuoso, più impegnativo, zeppo di difficoltà, ma che ritenevo (e ritengo) sia doveroso ed essenziale. Quando scelsi un percorso etico, ero piena di dubbi sul funzionamento della cosa, sul fatto che i prezzi delle materie prime sarebbero lievitati, che sarebbe stato fisicamente difficile reperirle, che non tutti mi avrebbero capita, che avrei dovuto lottare non poco non solo con negozi che vendono abiti economici, ma anche con artigiani che usano materie prime meno costose. 

Ho resistito con non poche difficoltà, ma se sono qui oggi, a poter raccontare questa cosa bellissima, lo devo sicuramente alla svolta etica che ho fermamente voluto. 


Perché oggi L’Atelier sul Brenta non è solamente abiti sartoriali etici confezionati con tessuti naturali.

Sono uscita dal mio campo d’azione per intraprendere un progetto bellissimo, in cui credo molto, e che (spero ma ne sono convinta ), mi darà tante soddisfazioni. 

Dalla settimana prossima insegnerò taglio e cucito a otto donne attuali e future mamme. Otto donne di cui ancora non conosco la storia, ma che voglio scoprire pian piano acquistando la loro fiducia. Alcune di loro sono giovanissime, incinte, con sorrisi appena accennati. Altre sono già mamme, dallo sguardo fiero e intoccabile. Sono sicuramente donne che hanno sofferto nonostante la giovane età, che sono arrivate qui perché i loro paesi non erano più in grado di sostenerle. 

Io non vedo l’ora di iniziare questa nuova avventura fatta di aghi, fili, tessuti, culture diverse e maternità. 


Il progetto porta l’evocativo nome di Sartosofia , io insegnerò a cucire e sarò appoggiata da esperte in ambito genitoriale che approfondiranno insieme alle ragazze alcune tematiche legate alla maternità e alla gravidanza. 

Useremo materiali riusati e recuperati per ridurre lo spreco e imparare l’arte del riciclo. 

È un progetto dell’associazione La Mente Comune sostenuto con i fondi otto per mille della Chiesa Valdese e si terrà presso il negozio dell’usato Manitese di Padova. 


Iniziamo la settimana prossima, vi terrò aggiornati sugli sviluppi del progetto che sarà comunque raccontato in testi e in immagini. Ma ci tenevo a raccontarlo anche qui, in questo minuscolo spazio che riflette la stanzetta reale dove lavoro. 

Sartoria etica? Per me è lavorare con tessuti con poco impatto sul pianeta, prediligendo quelli naturali di fabbricazione europea. Ma è anche aiutare le donne ad imparare qualcosa di concreto ed utile, per trovare il nostro posto nel mondo.

 Cosa che pare sempre più complicata. 

Spring is in the air…

In questi giorni qui sul fiume si comincia a respirare un’aria diversa. E’ tornato un timido sole e all’ora di pranzo prendo Remus e andiamo a farci un giro godendoci il piacevole tepore.

Al mattino presto non c’è più quella sensazione di silenzio assordante che c’è solitamente nell’immoto spazio dell’inverno. Ora il mondo è nella sua fase di risveglio. Non è il momento che preferisco dell’anno, perché è ancora molto freddo, ma comunque c’è una sorta di fremente vitalità nell’aria che mi rende euforica. Mi soffermo ad osservare come al suolo comincino a spuntare i primi piccolissimi fiori.

E’ il preludio, quel momento dell’anno dove tutto è improntato al divenire.

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Dal canto mio mentre in inverno sono un’orsa in letargo che mette il naso fuori di casa si e no una volta alla settimana, adesso c’è la voglia di passeggiate e fine settimana passati fuori, di tornare alla mia amata barchetta, di circondarmi di fiori, di nuove piante per la casa, di vestirmi di colori chiari, di mangiare cose fresche, di stendermi al sole, di cucire un abito fatto di fiori, in una parola, di celebrare la vita nella sua forma più… vitale!

E’ anche il momento in cui cerco di ascoltare di più il mio corpo che manda chiari segnali. La trascuratezza dell’inverno si fa sentire e bisogna rimettersi in forma. Io non l’avevo assecondato e mi sono presa una bella intossicazione alimentare che mi ha fatto capire quanto sia importante volersi bene anche dal punto di vista alimentare. (Queste cose capitano sempre con l’arrivo della primavera, è incredibile come tutto sia collegato alla perfezione!).

Voi sentite il richiamo della natura? Siete in linea con il suo ciclo? Vi sentite scoppiare di vita?

Vi consiglio di provare con una “passeggiata consapevole”, come le chiamo io. Un giro nel bosco, al parco, in un giardino, dove soffermarsi a riflettere, dove essere consapevoli della propria camminata, del proprio movimento nello spazio circondati di natura. Può sembrare banale ma credo che prendersi del tempo per vivere più lentamente non lo sia mai.

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Se la passeggiata non vi basta, vi consiglio di tenere d’occhio il sito  cecilialattari .

Cecilia vi guiderà in un mondo fatto di erbe e magia per ritrovare il vostro piccolo spazio di benessere nel mondo, e dove a breve ci sarà anche una novità tutta primaverile con un mio piccolo contributo. Rimanete sintonizzati.

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“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza.”

Ci sono giorni in cui tutto mi sembra più complicato da fare, anche se sono cose che conosco, che so come si fanno, che probabilmente ho già fatto. Anche, ad esempio, quando devo replicare un abito che conosco bene.  Eppure l’atto stesso di cucire mi risulta più complicato; sono più lenta, le cuciture non mi vengono come vorrei, sbaglio ad usare i macchinari.

Chiamo questo stato, mancanza di ispirazione. Non quella ispirazione artistica o sindrome da foglio bianco, ma proprio quella scintilla che solitamente mi fa fare le cose bene, a volte anche molto bene.

Ho pensato che esistendo un metodo per ogni cosa, dovesse esserci anche un metodo per ritrovare l’ispirazione perduta.

E ora penserete “la scoperta dell’acqua calda.”

Vi concedo che a prima vista quello che scrivo può sembrare banale, ma per me non lo è stato, o meglio, la conclusione a cui sono giunta non è quello che sembra. Insomma, ci tengo a spiegare la svolta lavorativa che ho preso.

Ispirazione per me è Natura.

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Non nel senso che mi ispiro alla Natura, ma, forse in maniera più astratta, la mia Ispirazione è proprio Natura.

Innanzitutto c’è da dire che non tutti siamo ispirati da una passeggiata nel bosco. Certo può aiutare a svuotare la mente, a rilassarci e quindi a prepararci con più lucidità ad affrontare eventuali problemi lavorativi o creativi. Può anche essere un momento di distacco dalla frustrazione data dalla mancanza di ispirazione. Ma esiste poi un livello più profondo, probabilmente inconscio che trae l’ispirazione dal concetto stesso di Natura.

Ecco allora che i colori del terreno e delle foglie secche rimangono nella memoria, il profumo dell’umidità del sottobosco, il rumore di un ruscello e la brezza tra le foglie sono impresse e tornano con me al tavolo di lavoro.

Quando poi entro in una merceria, le forme, i colori, i rumori e gli odori di quel bosco sono con me e attraverso loro scelgo i tessuti che diventeranno i miei abiti. Il lino di un determinato colore è il cielo plumbeo tra gli alberi, è il fogliame sul sentiero, è Frassino e Nocciolo.

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Ho deciso che questa cosa nella mia sartoria etica funziona benissimo.

E da quando lavoro con questo concetto i momenti in cui manco di ispirazione stanno diventando sempre meno frequenti. Ho deciso quindi di fare un ulteriore passo per la conoscenza anche scientifica di ciò che mi ispira. La conoscenza approfondita di foglie, i nomi degli alberi e delle piante, raccogliere tesori nel bosco (come cortecce, muschi e foglie), acquistare libri di botanica e disegnare elementi naturali sono tutti atti che mi aiutano nella ricerca di ispirazione. Nella creazione di nuovi vestiti, nella scelta delle stoffe, dei colori e del tipo di tessuto, sempre naturale appunto.

Voglio approfondire sempre di più questo dialogo: Natura – Ispirazione – Creazione  che sembra vivido più che mai sia nei miei pensieri che nei miei atti.

Dopotutto H. D. Thoureau andava nei boschi per vivere con saggezza.

E lo voglio fare anch’io.

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Pellestrina, l’arte del tombolo e tramonti in laguna.

 

Non l’avrei mai detto di essere di nuovo qui a scrivere, così presto, dopo solo una settimana. Sto provando a fare del mio lunedì mattina il momento della scrittura, non vi assicuro un appuntamento fisso, ma almeno ci provo.

Oggi ho deciso di scrivere anche perché ieri ho avuto una delle più belle esperienze che si possano avere quando si tratta di artigianato e di saper fare con le mani.
Grazie ad una cara amica, ho conosciuto due veterane del tombolo a fuselli.

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1. Luogo: Pellestrina.

(Da Wikipedia: “Pellestrina (in dialetto veneziano ìxoła de Pelestrina) è un’isola della Laguna Veneta e rappresenta il più meridionale dei tre stretti litorali che dividono la laguna dal mare Adriatico. Residenti: 4101.”)

La signora Pasqua e la Signora Pinetta sono nate a Pellestrina, in casa come si usava un tempo. Una da una parte della stretta lingua di terra e una dall’altra. Sono cognate e vivono insieme da sessant’anni. Da quando cioè morirono i rispettivi mariti, uno vittima del naufragio di una petroliera in fiamme.
Pinetta è insegnante di tombolo da una vita, Pasqua la segue e orgogliosa tira fuori il suo tesoro da un cassetto della credenza. I centrini per i comodini della camera “per quando ti gavarà un marìo” (per quando avrai marito), le decorazioni di un gilet per una signora ormai morta da anni, e gli angoli delle lenzuola che tuti i gà uguai (li hanno fatti per tutta la famiglia).
Poi mi mostrano i loro fuselli, l’essenza del ricamo a tombolo.

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2. Tombolo.
(Da Wikipedia: “Il merletto a tombolo è un pizzo fatto a mano che viene realizzato in tutte le parti d’Italia. Con il termine tombolo si indicano sia il merletto in sé che lo strumento usato per realizzarlo. Pizzo delicato e raffinato, viene realizzato con filo di cotone molto sottile, richiede molta abilità, esperienza e pazienza.”)

Raccontano di quando, in estate, si mettono a ricamare fuori, nel cortile interno lontane da occhi indiscreti, perché la luce dura di più; di quando la signora Pinetta insegnava l’arte del tombolo in parrocchia, che è lì a due passi, di quando passavano l’intera notte a pescare davanti a casa.
A Pellestrina il tempo pare essersi fermato, e i loro racconti non sembrano un’eco lontana di un tempo che non c’è più, ma una realtà tangibile.
Una vita diversa, un mondo a sé, a Pellestrina si ritrova quel folklore che a Venezia è andato perduto.

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Le due signore, ormai ottantenni, hanno il sorriso di chi ha vissuto una vita più semplice e ricca di significato. Portatrici di un tesoro inestimabile, l’arte del merletto.
E mi ritrovo a pensare che vorrei passare una vecchiaia proprio come la loro.
Sempre insieme a sostenersi, a battibeccare, ad avere quella complicità che solo dopo sessantanni di convivenza puoi avere. In una splendida casa dove appena fuori dalla porta, in un pomeriggio di inverno, ti ritrovi davanti ad uno degli spettacoli più belli, un tramonto sulla laguna.

Una delle cose da vedere almeno una volta nella vita.

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Perché (e percome).

Credo sia doveroso, quando si inizia a scrivere, raccontare perché lo si fa.

Non so dirvi se la mia sia un’esigenza nel raccontarsi o solamente un modo per focalizzare il proprio lavoro, so solamente che ci ho messo circa sette mesi per mettermi in gioco definitivamente ed aprire questo blog. Sette mesi in cui ogni mattina mi svegliavo pensando,”apro il blog? E cosa ci scrivo? Ma alle persone interesserà sapere cosa ho da dire? E se poi nessuno mi legge? E se mi leggono in troppi e mi vergogno? No dai, oggi non è il giorno.”

Sette mesi di “oggi non è il giorno”.

Stamattina mi sono svegliata senza voce, con il mal di pancia, con il tipico sonno del lunedì mattina. Ho portato a spasso Remus, il mio bracco randagino di otto anni, e ho sentito l’aria più tiepida, il ghiaccio sciolto sulla strada. L’aria color pastello, un sentore di primavera.

Ecco, questo è il giorno adatto.

Ed eccomi quindi qui a scrivere, nove righe per dire assolutamente nulla. Speriamo di migliorare!

Quello che non voglio diventi questo blog è un’autobiografia di me stessa (che la mia vita non è poi così entusiasmante). Non voglio diventino pagine e pagine autoreferenziali in cui me la dico e me la canto. Non voglio nemmeno sia troppo incentrato sulla mia attività, su quello che faccio o penso. Vorrei fosse un luogo dove potersi sentire a casa, dove appoggiare il cappello, sedersi sulla poltrona con una tazza di te. Accogliente, fatto per gli altri e con gli altri. Vorrei si parlasse di artigianato, di illustrazione, di letteratura, di tempi che non ci sono più e di cose che ancora devono avvenire. Del qui e ora. Ma anche di quella volta che.

Comincio subito quindi, dicendovi chi sono, così poi non lo faccio più.

Vivo in questa microcasa un po’ vecchia e scricchiolante, con le stanze talmente piccole che i mobili dell’ikea sono misurati al centimetro. La strada dove abito non è asfaltata e dà su un fiume che più che un fiume è un canale che arriva fino alla laguna di Venezia. Che questo posto è splendido, ricco di natura e storia ma le persone mi rimangono incomprensibili. Che vivo con Remus,ex cane da caccia ora appassionato di divani, Pablito, gatto gigante che caccia topi più grandi di lui e li lascia davanti alla porta di casa, e Malibu, gattina ereditata che miagola sempre e non si sa mai che cosa vuole. Una chiacchierona. Passo le mie giornate a cucire abiti che parlano di eroine della letteratura e scrittrici defunte.Bevo troppo caffè e te e pure vino. Seguo i ritmi stagionali come un orso bruno e quando voglio scappare da me stessa salgo su una barca a vela.

Cercherò di aggiornare il blog una volta al mese, con puntualità, che non è mai stata il mio forte. Spero anche di riuscire a darvi qualcosa di utile e funzionale, ci sto lavorando.

Nel frattempo, se avete idee, consigli, insulti, (in una parola: opportunità) potete scrivermi e ne sarò felicissima. E arricchita di qualcosa in più.

Grazie.

Cristina.