Pellestrina, l’arte del tombolo e tramonti in laguna.

 

Non l’avrei mai detto di essere di nuovo qui a scrivere, così presto, dopo solo una settimana. Sto provando a fare del mio lunedì mattina il momento della scrittura, non vi assicuro un appuntamento fisso, ma almeno ci provo.

Oggi ho deciso di scrivere anche perché ieri ho avuto una delle più belle esperienze che si possano avere quando si tratta di artigianato e di saper fare con le mani.
Grazie ad una cara amica, ho conosciuto due veterane del tombolo a fuselli.

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1. Luogo: Pellestrina.

(Da Wikipedia: “Pellestrina (in dialetto veneziano ìxoła de Pelestrina) è un’isola della Laguna Veneta e rappresenta il più meridionale dei tre stretti litorali che dividono la laguna dal mare Adriatico. Residenti: 4101.”)

La signora Pasqua e la Signora Pinetta sono nate a Pellestrina, in casa come si usava un tempo. Una da una parte della stretta lingua di terra e una dall’altra. Sono cognate e vivono insieme da sessant’anni. Da quando cioè morirono i rispettivi mariti, uno vittima del naufragio di una petroliera in fiamme.
Pinetta è insegnante di tombolo da una vita, Pasqua la segue e orgogliosa tira fuori il suo tesoro da un cassetto della credenza. I centrini per i comodini della camera “per quando ti gavarà un marìo” (per quando avrai marito), le decorazioni di un gilet per una signora ormai morta da anni, e gli angoli delle lenzuola che tuti i gà uguai (li hanno fatti per tutta la famiglia).
Poi mi mostrano i loro fuselli, l’essenza del ricamo a tombolo.

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2. Tombolo.
(Da Wikipedia: “Il merletto a tombolo è un pizzo fatto a mano che viene realizzato in tutte le parti d’Italia. Con il termine tombolo si indicano sia il merletto in sé che lo strumento usato per realizzarlo. Pizzo delicato e raffinato, viene realizzato con filo di cotone molto sottile, richiede molta abilità, esperienza e pazienza.”)

Raccontano di quando, in estate, si mettono a ricamare fuori, nel cortile interno lontane da occhi indiscreti, perché la luce dura di più; di quando la signora Pinetta insegnava l’arte del tombolo in parrocchia, che è lì a due passi, di quando passavano l’intera notte a pescare davanti a casa.
A Pellestrina il tempo pare essersi fermato, e i loro racconti non sembrano un’eco lontana di un tempo che non c’è più, ma una realtà tangibile.
Una vita diversa, un mondo a sé, a Pellestrina si ritrova quel folklore che a Venezia è andato perduto.

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Le due signore, ormai ottantenni, hanno il sorriso di chi ha vissuto una vita più semplice e ricca di significato. Portatrici di un tesoro inestimabile, l’arte del merletto.
E mi ritrovo a pensare che vorrei passare una vecchiaia proprio come la loro.
Sempre insieme a sostenersi, a battibeccare, ad avere quella complicità che solo dopo sessantanni di convivenza puoi avere. In una splendida casa dove appena fuori dalla porta, in un pomeriggio di inverno, ti ritrovi davanti ad uno degli spettacoli più belli, un tramonto sulla laguna.

Una delle cose da vedere almeno una volta nella vita.

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Perché (e percome).

Credo sia doveroso, quando si inizia a scrivere, raccontare perché lo si fa.

Non so dirvi se la mia sia un’esigenza nel raccontarsi o solamente un modo per focalizzare il proprio lavoro, so solamente che ci ho messo circa sette mesi per mettermi in gioco definitivamente ed aprire questo blog. Sette mesi in cui ogni mattina mi svegliavo pensando,”apro il blog? E cosa ci scrivo? Ma alle persone interesserà sapere cosa ho da dire? E se poi nessuno mi legge? E se mi leggono in troppi e mi vergogno? No dai, oggi non è il giorno.”

Sette mesi di “oggi non è il giorno”.

Stamattina mi sono svegliata senza voce, con il mal di pancia, con il tipico sonno del lunedì mattina. Ho portato a spasso Remus, il mio bracco randagino di otto anni, e ho sentito l’aria più tiepida, il ghiaccio sciolto sulla strada. L’aria color pastello, un sentore di primavera.

Ecco, questo è il giorno adatto.

Ed eccomi quindi qui a scrivere, nove righe per dire assolutamente nulla. Speriamo di migliorare!

Quello che non voglio diventi questo blog è un’autobiografia di me stessa (che la mia vita non è poi così entusiasmante). Non voglio diventino pagine e pagine autoreferenziali in cui me la dico e me la canto. Non voglio nemmeno sia troppo incentrato sulla mia attività, su quello che faccio o penso. Vorrei fosse un luogo dove potersi sentire a casa, dove appoggiare il cappello, sedersi sulla poltrona con una tazza di te. Accogliente, fatto per gli altri e con gli altri. Vorrei si parlasse di artigianato, di illustrazione, di letteratura, di tempi che non ci sono più e di cose che ancora devono avvenire. Del qui e ora. Ma anche di quella volta che.

Comincio subito quindi, dicendovi chi sono, così poi non lo faccio più.

Vivo in questa microcasa un po’ vecchia e scricchiolante, con le stanze talmente piccole che i mobili dell’ikea sono misurati al centimetro. La strada dove abito non è asfaltata e dà su un fiume che più che un fiume è un canale che arriva fino alla laguna di Venezia. Che questo posto è splendido, ricco di natura e storia ma le persone mi rimangono incomprensibili. Che vivo con Remus,ex cane da caccia ora appassionato di divani, Pablito, gatto gigante che caccia topi più grandi di lui e li lascia davanti alla porta di casa, e Malibu, gattina ereditata che miagola sempre e non si sa mai che cosa vuole. Una chiacchierona. Passo le mie giornate a cucire abiti che parlano di eroine della letteratura e scrittrici defunte.Bevo troppo caffè e te e pure vino. Seguo i ritmi stagionali come un orso bruno e quando voglio scappare da me stessa salgo su una barca a vela.

Cercherò di aggiornare il blog una volta al mese, con puntualità, che non è mai stata il mio forte. Spero anche di riuscire a darvi qualcosa di utile e funzionale, ci sto lavorando.

Nel frattempo, se avete idee, consigli, insulti, (in una parola: opportunità) potete scrivermi e ne sarò felicissima. E arricchita di qualcosa in più.

Grazie.

Cristina.