La sartoria alla vecchia maniera

Sono stata una felicissima ospite sul blog di Tiziana Rinaldi, che se non la conosci, è un’illustratrice e una pittrice di mondi onirici e non solo. Sulla bellissima descrizione che Tiziana ha fatto di me, pur non conoscendomi ma individuando perfettamente il mio lavoro, la mia vita e il mio mondo, c’è una parte che mi ha fatto sorridere e poi riflettere.  (Trovi l’intervista che mi ha fatto Tiziana qui )

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Il rapporto con le mie clienti.

Ci ho pensato perché magari non è una cosa così scontata, perché esiste uno shop online dove per ordinare un abito basta un click, apparentemente. In realtà la maggior parte delle mie clienti, o future clienti, mi scrive. Quasi tutte.

Capita di rado che qualcuna acquisti senza prima avermi scritto. Può essere per email, per messaggio privato su instagram o facebook. Insomma per i più svariati canali.

E quasi sempre da quei messaggi ne scaturiscono conversazioni, sulle misure da prendere per cucire un abito su misura, per sapere se si possono avere delle modifiche, per vedere altri tipi di tessuto, per avere un consiglio, un opinione, alle volte parliamo anche del tempo, o dei nostri cani, ci scambiamo le foto come si fa con i figli.

Ci penso spesso perché in un ottica di business e in un mondo dove si cerca di ottimizzare il più possibile, questo scambio di messaggi, email lunghissime, foto e saluti spesso può essere visto come una perdita di tempo. Mi hanno sempre detto di essere concisa, di rispondere ai messaggi solo in certi orari, di chiudere il telefono alle nove di sera.

Ho visto che mi è impossibile. Ci ho provato, ma proprio non ci riesco, e a volte sono io la prima che inizia conversazioni infinite su quale tessuto può essere adatto a tal vestito.

Anche a spegnere il telefono alle nove di sera. (Beh adesso in realtà ci riesco perché alle nove di sera sono già a letto, ma questa è un’altra storia).

Credo anche che queste lunghe conversazioni con le mie clienti alle volte siano proprio ciò che la sera mi fa svenire e che il sabato fa gridare vendetta il mio cervello; è quello che non mi fa staccare mai dal lavoro.

Forse prima o poi troverò la giusta ricetta, un po’ di ottimizzazione e un po’ di conversazione qua e là. Ma adesso come adesso sono felice di instaurare questo rapporto privilegiato con ognuna di loro.

Se la settimana prossima mi arriva uno stock di tessuti da urlo e tu sei indecisa se scegliere quello che c’è in foto sullo shop e mi scrivi, è ovvio che ti mando le foto dei tessuti che mi devono ancora arrivare, che non so come saranno, che non so manco che prezzo ci dovrò mettere sopra, però te li mostro, perché la mia idea di sartoria è così.

E’ quel posto dove voglio farti sentire a casa, dove puoi dirmi come vuoi il vestito perché conosci i tuoi difetti, dove puoi scegliere una stoffa diversa, allungare le maniche, farlo più svasato.

Perché quando mi scrivi “lo vorrei più largo in vita perché c’ho i fiancotti” io sono la persona più felice del mondo perché sto per creare un qualcosa che sarà solamente tuo.

Non lo so se sto facendo giusto, se tra sei mesi farò un esaurimento nervoso perché in questo campo non sto ottimizzando per nulla, sta di fatto che al momento mi piace così.  Non ci vediamo, tutto avviene nel virtuale, nello scambio di parole e immagini, è tutto un bit.

Un po’ di calore da qualche parte ci vuole no?

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Gutermann e Prym cercano te (chi me?)

Come vi avevo promesso su Instagram, oggi vi spiego cosa ho creato per il concorso ” Gutermann e Prym cercano te” per la fiera de  Il Mondo Creativo ; ma oltre a spiegarvi cosa ho fatto cercherò anche di dirvi come.

Ho voluto creare qualcosa di semplice, che potesse essere riproducibile con facilità ma soprattutto che potesse anche essere utile. Ho pensato al mondo casalingo delle creative, coloro che cucinano, che dipingono, che fanno giardinaggio, insomma per tutte le donne che con le loro mani rendono questo mondo un po’ più bello ogni giorno.

E’ un vestitino ma anche un grembiule, può essere creato proprio come un semplice abito da giorno oppure con l’aggiunta di tattiche tasche, può diventare un abito da lavoro, semplice ma allo stesso tempo elegante.

Curiose?

L’ho chiamato Apron Dress per differenziarlo da un semplice grembiule, dopotutto questo è a tutti gli effetti un abito, che potete indossare semplicemente come abito appunto, ma può risultarvi utile nei vostri momenti creativi.

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Non è stato semplice usare solamente gli strumenti contenuti nel kit che Il Mondo Creativo mi ha inviato, ma amo le sfide e sono riuscita ad ottenere qualcosa di carino con pochi strumenti.

Mi perdonerete se il tutorial che vado a spiegarvi è un pochino “casalingo” ma purtroppo i mezzi tecnologici a mia disposizione non sono proprio all’avanguardia. Così ho usato il caro e vecchio metodo di carta e penna, e vi ho disegnato il cartamodello che ho cercato di semplificare il più possibile.

Eccolo qui:

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In pratica non sono altro che due rettangoli di misure differenti (accanto al disegno vi ho messo le misure in centimetri reali), il primo (che sarà il corpetto), è dotato della curva che sarà il vostro girocollo, mentre la gonna non è altro che un rettangolo semplice.

Vi prego di ricordare che “stoffa in doppio” indica che dovrete piegare il vostro tessuto (lasciando sempre il lato rovescio esterno), perché il cartamodello che disegnerete sarà metà (essendo l’apron dress simmetrico).

In questo modo:

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Dopo aver disteso il vostro cartamodello sul tessuto e fissatolo con spilli, si passerà a disegnare il cartamodello direttamente sul tessuto. Se siete poco esperte nell’arte del cucito, vi suggerisco di usare il punto lento, o punto molle che si usa in sartoria per segnare tutto il nostro modello sui due strati di tessuto.  C’è un bel video chiaro che ti mostra come si fanno qui

Una volta che avremo segnato tutte le parti del nostro modello basterà assemblarlo.

Ricordate di aggiungere anche le tasche che volete. Potete creare un modello semplice, senza tasche, oppure aggiungerne a piacimento, io ne ho messa una lunga e stretta sul corpetto per le matite che non trovo mai e altre due sulla gonna, un po’ più grandi, dove posso metterci un po’ di tutto. Le tasche non saranno nient’altro che dei semplici rettangoli di tessuto cuciti insieme (cioè due tessuti, in modo che la tasca risulti un po’ rigida.) Il bello è usare tessuti diversi per l’interno e l’esterno, per un risultato un po’ più fine. Io ho usato il tessuto rosa in tinta unita che avevo in dotazione con il kit insieme al tessuto a quadretti.

Cucirlo è più facile di quello che sembri, prima si fa un po’ di arricciatura sulla gonna, in modo che rientri nella stessa larghezza del corpetto. L’arricciatura la potete fare un po’ a mano, facendo delle piegoline e fermandole con l’imbastitura, o con la macchina da cucire. Per la macchina basterà usare un punto molto largo (abbassando la tensione del filo al minimo), cucire tutti e due i lati della gonna e poi piano piano, tirando i fili della cucitura appena fatta. In questo modo otterrete un effetto arricciato senza aver bisogno del piedino apposito o di una taglia e cuci.

Dopo questa operazione (forse la più delicata ma se non siete esperte vi consiglio di fare le piegoline a mano), andremo a cucire insieme i due lati della gonna. Ricordate, prima di cucire la gonna, di infilare due nastri, uno per lato, sulla vita, in questo modo otterremo una sorta di cinturino se vogliamo che l’apron dress stia un po’ più in figura e non troppo largo.

Per farvi capire meglio, l’effetto che otterremo sarà questo:

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I due nastri sono cuciti ai lati della gonna.

 

Dopodichè basterà passare a taglia e cuci (o in mancanza di questa, con il punto zigzag della nostra macchina da cucire), l’interno della gonna e passare a fare tutti gli orli, sia sulle maniche che sulla gonna.

A questo punto dovremo unire il corpetto con la gonna. Uniremo il punto vita del corpetto  con il punto vita della gonna, se la gonna risulta più larga del corpetto, dovremo fare altre piegoline affinchè abbiano entrambi la stessa circonferenza.

Finito anche questo avremo il nostro apron dress praticamente pronto. Basterà aggiungere le taschine che vogliamo. Le taschine sono semplici, basta fare dei quadrati o rettangoli di doppio tessuto (in modo che sia bello rigido), che poi verranno applicati dove vogliamo (mi raccomando i segni). Io avevo un tessuto a quadretti, quindi semplice per inserire taschine un po’ dove volevo, se voi avete un tessuto in altra fantasia o in tinta unita, ricordate di farvi dei segni belli evidenti.

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Dopo l’aggiunta delle tasche, il nostro Apron Dress è finalmente pronto da indossare!

Vi lascio poi con una piccola chicca:

dentro al kit che mi hanno inviato c’era anche una colla per tessuti della Gutermann. Inizialmente non sapevo proprio che farci perché non l’avevo mai usata ma spulciando in rete ho trovato che potesse essere utilissima per fermare l’orlo dei nastri. Avete presente quando tagliate i nastri e questi si sfilacciano? E’ una cosa che trovo davvero fastidiosa, ma con questa colla il problema è risolto! Basterà metterne un pochina sul bordo del nastro tagliato, attendere che si asciughi e il bordo non si sfilaccerà più! Io l’ho trovata una cosa geniale.

E se proprio siete pigre o non sapete cucire molto bene, vi consiglio di provare a passare questa colla sui bordi invece di fare l’orlo, il tessuto non si sfilaccerà e avrete un abito con taglio a vivo.

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Non vi resta che godervi il vostro sciccosissimo apron dress, sarete l’invidia della vecchina della porta accanto!

 

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Una nuova collezione che parla di scelte importanti

Ed è arrivato settembre, così impetuoso, improvviso e velocissimo, ci ha catapultati in pieno autunno. Qui stamattina c’era già una fitta nebbia, il cielo si veste di plumbeo e le foglie dell’acero che vedo dalla finestra dell’atelier, ingialliscono.

Ho iniziato a lavorare alla nuova collezione appena sono tornata dalle vacanze, il tempo è volato (ci ho messo quasi un mese), non l’ho ancora terminata, però ci tenevo a mostrare quel poco che ho fatto fin’ora.

Anche perché eravate tutte in grandissima attesa, e ho ricevuto un sacco di messaggi di curiosità e non vi ringrazierò mai abbastanza per l’entusiasmo contagioso.

Per il momento ho messo online quattro nuovi pezzi (due dei quali sono proprio dei modelli nuovi), ma sto lavorando ancora a qualche nuovo pezzo che vi mostrerò a breve.

 

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Ho dovuto fare parecchie scelte per questo nuovo anno (perché l’anno inizia a settembre, penso siamo tutte d’accordo); alcune un po’ difficili e dubbiose. Tra queste c’è stata la scelta, molto difficile, di continuare a lavorare su capi di taglio sartoriale. Magari non tutte conoscete la differenza tra un capo industriale e uno sartoriale, e non sto qui ad ammorbarvi con tecnicismi da addetti ai lavori, sta di fatto che un capo sartoriale è estremamente più lungo nella lavorazione. E’ difficile, spesso noioso e questa estate, avendo avuto una grossa mole di lavoro, avevo pensato di creare gli stessi pezzi ma industrialmente.

Poi mi sono detta che non sarebbe stata la stessa cosa, un capo sartoriale è visibile nel taglio, nelle cuciture, nelle rifiniture, insomma si nota con evidenza che è un capo fatto a mano. Un capo industriale sarebbe stato comunque fatto a mano da me, ma avrebbe avuto un altro tipo di rifiniture e cuciture che secondo me, avrebbero cambiato l’aspetto un po’ vintage e antico dei capi firmati atelier sul Brenta.

Così eccomi qui a presentarvi nuovi modelli, sempre confezionati con lo stesso criterio di artigianato sartoriale. Io lo so che questo inverno impazzirò, però mi piacciono così, che ci posso fare.

Arriviamo quindi al tasto dolente di questa scelta, perché metterci più tempo per creare un abito, voleva dire anche un aumento dei prezzi. I prezzi che tenevo l’anno passato erano veramente bassi, sia per il lavoro che ci sta dietro, sia per il prezzo che hanno le materie prime che uso. Il lino è puro lino naturale, a volte grezzo, di consistenza spessa e ha un prezzo abbastanza alto. Perfino per le rifiniture, per i bottoni, e per i fili che uso per cucire uso materiali di altissima qualità, e chi cuce conoscerà sicuramente il valore dei materiali di merceria.

I bottoni sono rimasti in vera madreperla, ma si sono aggiunti anche dei bei bottoni in legno intarsiati, che ho ritenuto perfetti per l’autunno e l’inverno.

 

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Insomma, questa scelta è stata abbastanza dovuta, e ho alzato i prezzi non per comprarmi la barca nuova ma per avere un guadagno che mi permetta di vivere.

Smetto di giustificarmi, vi lascio alla visione della nuova collezione, che potete vedere qui: Lo Shop dell’Atelier e spero che comprenderete le mie esigenze.

Un abito sartoriale ha bisogno di tempo, come la donna che lo indossa.

 

Ne vale la pena?

Siamo alla fine della prima metà dell’anno, quel periodo di partenze, di commiati, di spensieratezza e leggerezza, dove non posso fare a meno di soffermarmi, guardare indietro e vedere com’è andato l’anno. Almeno fino ad ora.

(Sia mai che la spensieratezza sia troppa.)

Ammetto di non essere lucidissima in questi giorni, il caldo esagerato mi sta dando un po’ alla testa e faccio fatica ad elaborare pensieri un po’ più profondi, però la sera, quando rinfresca almeno un pochino, mi appoggio al cuscino fresco, sento il frinire di grilli e altri insetti, la finestra aperta, la mia mente inizia ad elaborare.

L’anno è iniziato con una voglia intensa di cambiare tutto il mio modo di lavorare. L’anno scorso ero ancora agli inizi, non avevo elaborato bene chi volevo essere (lavorativamente parlando) e cosa volevo proporre. Questo gennaio mi ha visto cambiare radicalmente, intraprendere quella che forse poteva essere una strada più tortuosa,sicuramente più complicata e di nicchia.

Ma nonostante i problemi dell’inizio, oggi, giovedì 3 agosto, con una temperatura esterna di 37 gradi, sono qui a dirvi che sono davvero felice.

Felice di come sono riuscita a portare avanti questa piccola attività tutta da sola, di come ho migliorato qualcosa di me, qualcosa nel servizio, tantissimo nella manodopera e nella scelta dei materiali. Sono decisamente cresciuta, e chi mi segue dall’inizio l’avrà notato.

Ho migliorato la mia visione di quello che voglio fare, ho sviluppato un aspetto importante del lavoro, ho capito che volevo lavorare solamente con alcuni materiali e sono riuscita a semplificare molto quel macello che era (anzi dovrei dire non era) la mia brand identity (per dirla in termini gggiovani).

In questi otto mesi ho venduto. Non venducchiato qua e là ad amici e conoscenti. Ho venduto da professionista. Ogni settimana una lista di ordini che venivano spuntati mano a mano che il lavoro procedeva. Per non far aspettare troppo le mie clienti, ho lavorato per dieci, dodici ore al giorno. Sono riuscita a sviluppare un metodo di lavoro, a non distrarmi, a farmi passare il coma post prandiale che chi lavora da casa conosce bene. insomma l’attività va bene ed è in crescita.

Ma quello che qui volevo raccontare, non è di me che sono tanto brava (e pure un po’ buona), ma di come ci sono riuscita.

In passato quando leggevo blogger e crafter già arrivate che ripetevano all’infinito la storia: conosci la tua cliente, lavora sul tuo brand, crea una brand identity, mi annoiavo un pochino e pensavo fossero un po’ frasi fatte. in realtà non c’è niente di più vero. Conoscere se stessi (e mettersi da parte) – capire cosa si vuole fare (e cosa siamo in grado di fare) – creare un mondo a parte – e di conseguenza – creare un prodotto per quel mondo.

La sempiterna domanda da porsi:

“Ma perché una dovrebbe acquistare un mio prodotto?”

dovrebbe essere la frase mantra da attaccarsi al muro, quello vicino alla scrivania. (per dirvi la mia, io l’ho scritta su un post it e l’ho appiccicata vicino ad un altro appunto di vitale importanza: “asole a destra” che mi dimentico sempre).

Lo so che probabilmente risulterò un po’ antipatica, ma non credo moltissimo al lavoro di una persona che ti aiuta a trovare la tua brand identity. O meglio, magari ti può anche aiutare, magari ci arrivi prima, però non è necessario. C’è chi come me ha voluto arrivarci da sola, per gradi, che la strada non è ancora finita. Perché il trovare il proprio lavoro secondo me è come un percorso spirituale. Non finisce mai, è in continua evoluzione e dice tanto di noi, di quello che vogliamo essere e di quello che vogliamo diventare. Per questo io credo che un’altra persona non ti può dire come fare. Può consigliarti, aiutarti, raddrizzarti anche (come fanno i maestri spirituali), ma la strada è tua e la stai percorrendo sola.

Quello che mi sento di dire inoltre è che ci vuole tempo. Tanto tempo. Tempo che si dilata esponenzialmente se hai le bollette da pagare, perché è bello voler fare il lavoro dei sogni, ma se poi non ti puoi nemmeno fare un aperitivo a fine mese, diventa quasi un incubo. E, qui apro il cuore con sincerità, ci sono stati periodi che lo è diventato, un incubo. E’ che o studi la tua famosa brand identity o vendi. Se non vendi (non perché non stai lavorando ma perché stai creando ciò che in futuro, speri, venderai) non guadagni. E se non guadagni non vivi e non puoi nemmeno investire sul tuo lavoro. Insomma è un circolo vizioso.

Ma (e qui dirò una serie di banalità, ma se le dicono tutti vorrà dire qualcosa), se ti fai un gran mazzo, vivi di povertà,lavori settordici ore al giorno, non esci la sera perché non hai un centesimo, alcuni giorni piangi sul divano guardando un film romantico perché sei disperata e in bolletta, non dormi la notte, e intanto il tempo passa, alla fine qualcosa arriva.

Il lavoro arriva.

E poi sono grandi soddisfazioni. Il tutto continuando però a lavorare come una pazza, piangere quando fai i conti, vivere in povertà (ma un po’ meno rispetto a prima) e non dormire (ma solo alcune notti).

Quindi la domanda da farsi all’inizio è una: “ne vale la pena?” io, due anni fa, mi ero risposta di si.

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Piccolecose… sul Brenta

Immaginate.

Una piccola casina sul fiume. E’ zeppa di libri, stipati qua e là per mancanza di spazio, teiere e tazze di qualsiasi dimensione. Il gatto dorme sonnacchioso sul divano, per terra si trovano fili e pezzetti di stoffa perché qualcuno ancora non è passato a pulire.

Suona il campanello di quella casina. C’è una ragazza al cancello oltre il piccolo giardino rigoglioso di rose. Porta un cappello di paglia, una camicetta bianca e leggera. Ha l’aria sofisticata e un po’ artistica.

Porta al collo collane multicolore, di fiori e di frutti. Si vocifera che le disegni lei stessa.

Viene da un’altra città quella ragazza con il cappello di paglia, è arrivata in questa campagna un po’ isolata con in mano una valigia di cartone. Dentro ci sono un sacco di Piccolecose.

Sono lieta di potervi annunciare una bellissima collaborazione tra me e Lisa di Piccolecose handmade .

Una collaborazione che stiamo portando avanti da questa primavera, e che ora vi racconto. 

Logo PiccolecosesulBrenta
logo disegnato da Lisa

Tempo fa Lisa mi ha chiesto di fotografare le sue splendide collane mongolfiera indossando gli abiti dell’Atelier sul Brenta  

ne sono rimasta entusiasta perché adoro il suo lavoro, e felice che le piacesse anche il mio. Da lì una cosa tira l’altra, le sue collane sembravano dipinte proprio per i miei abiti, ci siamo sentite, consultate, lei è stata molto paziente ad attendere i miei tempi biblici e abbiamo così partorito un’idea che unisse i nostri due prodotti insieme. 

Nasce così un pacchetto in promozione composto da un capo dell’atelier in esclusiva, accompagnato da una collana piccole mongolfiere. 

L’offerta porta il nome di Piccolecose sul Brenta e la trovi qui

Per questa  prima edizione super estiva ho pensato ad una leggera blusa in batista di cotone, morbida, freschissima, stampata a mano dalla sottoscritta con spighe di grano (un disegno originale di Lucia di Impressioni.it).

la blusa è stata disegnata e realizzata in esclusiva per Piccolecose sul Brenta e verrà realizzata solo per questo pacchetto completo e solo per un periodo di tempo limitato.

Insieme alla blusa troverete una collana piccole mongolfiere disegnata e dipinta a mano da Lisa che potrete scegliere in quattro varianti. 

Come funziona il pacchetto Piccolecose sul Brenta?

Vai al link diretto sullo shop online da oggi fino al 15 luglio —–> 

Piccolecose sul Brenta

Potrai scegliere il colore della blusa tra quattro varianti di colore e la collana tra quattro varianti di colore e soggetto.

Al momento dell’acquisto, sulle note, specifica quale delle quattro collane vuoi ricevere con la tua blusa.

Le spese di spedizione sono comprese nel prezzo del pacchetto in esclusiva. 

Sono davvero felice ed emozionata di presentarvi questa collaborazione, un po’ sognatrice, un po’ romantica e naturale, proprio come me e Lisa.

Ci abbiamo pensato insieme, abbiamo fatto le corse per presentarvela in tempo, ho cambiato blusa in corso d’opera, insomma il lavoro è stato serrato e qualche intoppo c’è stato, come sempre quando si cerca di lavorare bene. Ma ho avuto la totale comprensione di Lisa che mi ha sempre sostenuta e capita anche quando i tempi stringevano. Siamo quindi entrambe felici di essere riuscite a stare nei tempi e presentarvi questa collaborazione che speriamo si possa replicare in futuro. 

Vi ripeto che è un’offerta limitata e che è possibile effettuare l’ordine entro il 15 luglio, per permettere a me e Lisa di lavorare poi ai vostri piccoli sogni sul Brenta.

Per altre informazioni, curiosità ma anche solo per farmi un saluto, potete scrivere a me o a Lisa. 

ateliersulbrenta@gmail.com

piccolecose.handmade@gmail.com 

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Tre anni di Fashion Revolution

Per chi non lo sa questa è la settimana della Fashion Revolution.

Qui viene spiegato molto bene di cosa si tratta. La data non è casuale, il 24 aprile del 2013 più di mille persone sono morte in Bangladesh per il crollo di un palazzo dove venivano cuciti gli abiti che indossiamo tutti i giorni.

fashion revolution

Ci si è così chiesto qual è il vero valore di una maglietta da cinque euro, e ne è uscito uno scenario davvero agghiacciante. Se volete farvi un’idea di cosa sia il fast fashion, la moda usa e getta degli ultimi anni, di come lavora davvero uno sweat shop e i danni che l’industria della moda sta facendo sul mondo potete guardare il documentario The True Cost (lo trovate anche su Netflix), dove ogni cosa, dall’eticità, lo sfruttamento del lavoro all’inquinamento viene spiegata molto bene.

Tutti sappiamo che dietro un abito a basso prezzo c’è una storia di schiavitù, ma secondo me, tutt’oggi, non abbiamo idea di quanto radicata sia la cosa. The True Cost ce lo fa capire.

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Questo è il mio terzo anno di Fashion Revolution. Sono tre anni che ho preso consapevolezza che aprire il portafoglio per pagare un paio di pantaloni 10 euro non è un gesto leggero ma nasconde un atto politico e sociale. Sono tre anni che non acquisto un capo d’abbigliamento sottocosto. Devo dire che all’inizio la cosa non è stata facile, perché ammetto che l’industria del fast fashion ci ha abituato bene. Ci ha abituato ad avere una maglietta carina per una sera, e poi chissene se non ci piace più. Ci hanno abituato a comprare e comprare, montagne di vestiti che dopo due lavaggi sono da buttare. Sapete quanto sia difficile smaltire un capo di vestiario?

Oggi, dopo tre anni, posso dire di aver dimezzato gli acquisti di abbigliamento.

Risultato? Ho un armadio più in ordine, faccio le giuste lavatrici e so sempre cosa mettermi.

 

be curious

(Vabbè magari non sempre sempre, giusto in quei giorni lì).

E visto che non navigo nell’oro, voglio fare un vademecum e spiegarvi come acquisto e dove acquisto, perché anche io mi tolgo i miei capricci.

  • Acquistare usato. L’ho sempre fatto in realtà, ho sempre amato acquistare cose usate a poco prezzo, magari di anni passati. Esistono diverse realtà in Italia dove poter acquistare usato (dove non lo chiamano vintage sparandovelo ad un sacco di soldi). I negozi della Caritas, che non so perché noi italiani li snobbiamo perché pensiamo siano da barboni e poi a Londra svaligiamo il charity shop. E’ la stessa cosa eh? L’associazione Manitese ha diversi negozi di usato e riuso in giro per l’italia, io ogni lunedì faccio shopping in quello di Padova (Via Ognissanti 37) anche perché è la sede del progetto Sartosofia  (se vuoi sapere di cosa si tratta puoi leggere qui ).  Ci sono anche diversi Mercatini, hanno questo nome e sono negozi in franchising di cose usate, io vado spesso a quello del mio paesello. Ci trovate di tutto, oltre i vestiti, borse, scarpe, accessori, mobili e cose per la casa.
  • Acquistare artigianato. Conoscendo la scena handmade italiana ancora non mi capacito come sia possibile che le persone acquistino ancora i loro vestiti in un centro commerciale. Ve lo giuro! Abbiamo una quantità di artigiane e artigiani talentuosi, che creano cose stupende, meravigliose, personalizzate, che ve le fanno proprio come cacchio le volete, che davvero non capisco come si possa ancora andare da Zara. davvero non lo capisco.  Volete i nomi? Ce ne è davvero per tutti i gusti: Riot Clothing per chi ama lo street fashion, con uno sguardo agli anni ’90 e a quei rave parties mai dimenticati. Fils De Reves  se siete più romantiche e femminili, ovviamente mi ci metto anche io l’atelier sul Brenta  abiti naturali dai tagli senza tempo, Nevelo Kids moda senza tempo per bambine e ragazze, tanto per citare i miei preferiti. Non dimentichiamo poi i grandi marketplace dove si può trovare veramente di tutto dalla scarpa, al vestito, all’accessorio, e qui vi dico il mio preferito che è A Little Market perché? Perché acquistare su A Little Market è come comprare al negozietto del paese. Troverete un calore e una cura per il cliente davvero non comune. Se la trovate al centro commerciale venitemelo a dire che non ci credo!

Acquistare etico e solidale Qui ci vuole qualche soldo in più ma quando posso mi piace sbirciare nei negozi etici, Ce ne sono molti, e tanti che vendono prodotti che solitamente sono difficili da reperire in questo ambiente. Se, ad esempio, siete come me, perennemente in scarpe da ginnastica e jeans, vi do due indirizzi top: Veja  che fa sneakers con materiali organici e riciclati nel rispetto dell’ambiente e del lavoratore. Krochet Kids che fa moda sportiva con tanto di certificato di autenticità firmato dalla persona che ha confezionato il vostro prodotto che sono donne dei paesi poveri del mondo. Par. co Denim  fanno jeans in cotone biologico. Ancora non li ho provati ma sono sulla mia lista delle cose che voglio.

 

Quelli che vi ho dato sono solamente alcuni suggerimenti, ne avrei molti altri ma diventerebbe una lista infinita.

La cosa fondamentale in fin dei conti è prendere consapevolezza che ciò che acquistiamo ha un peso, sia sull’ambiente che sulle persone. Non dimentichiamolo e partecipiamo insieme alla Fashion Revolution. Chiediamo ai grandi marchi chi fa i vestiti che indossiamo. Perché lo vogliamo sapere!

Un mondo migliore è possibile. Sempre.

 

Se volete conoscere altre realtà etiche, indirizzi o quant’altro potete scrivermi e sarò lieta di rispondervi. Se invece volete iniziare la vostra battaglia etica acquistando un capo dell’atelier sul Brenta potete guardare lo shop online o scrivermi privatamente per maggiori informazioni sull’acquisto. Voglio ricordare che tutto ciò che creo è fatto con materie prime di altissima qualità, prodotte in Europa con basso impatto ambientale e tessuti naturali.

 

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Come Miss Havisham

Mai, ve lo dico, mai avrei pensato nella vita di fare un abito da sposa. C’è però chi me l’ha chiesto, chi ha creduto nelle mie capacità, (perché io invece ci credevo poco), che mi ha convinto a provare. Ho accettato la sfida e ho tentato. 

Ho confezionato quindi l’abito da sposa per l’allestimento de “il matrimonio secondo alittlemarketitalia ” alla fiera di Bologna Il Mondo Creativo. 


L’idea era quella di non fare un abito classico, non lo volevo lungo fino ai piedi, non lo volevo troppo scollato, come gli abiti che si usano adesso. Io non faccio abiti da sposa, per questo volevo qualcosa che riflettesse il mio stile, che fosse eco di epoche passate, ma che fosse anche pratico, funzionale, che ricordasse l’abito di tutti i giorni con qualcosa in più. 


Volevo un vestito per un matrimonio nei boschi, corone di fiori, piedi nudi sulle foglie secche, alberi al posto di cattedrali. 


Mi si è figurato nella testa subito, non l’ho nemmeno disegnato su carta prima perché sapevo cosa volevo. 

È nato un abito decisamente diverso, che però (per mia sorpresa) è da sposa veramente! 

Non so dirvi l’emozione quando l’ho provato la prima volta. Ho capito di aver fatto un altro passo avanti nella mia sartoria, confezionare questo vestito mi ha insegnato tanto. Non mi ha insegnato tecniche nuove perché la confezione era abbastanza semplice (con un po’ più di accortezza per il pizzo molto delicato), ma ho capito le linee essenziali di tutta la mia produzione, di quello che voglio fare, della semplicità che voglio raggiungere, sempre avendo un riferimento al passato.

 Perché questo rispecchia decisamente me stessa, perché vivo il presente con semplicità ma una gamba sta sempre indietro e alcuni pensieri sono nostalgie di epoche mai vissute. 


L’abito è in lino grezzo naturale bianco panna, un tessuto che ho scoperto da poco anche in altre colorazioni, con il quale ho confezionato alcune maglie della mia collezione e che adoro letteralmente. 

È morbido, dall’effetto perennemente stropicciato, cade dritto, non stringe e profuma di erba appena tagliata. 

Il corpetto è semplice, con un taglio un po’ più profondo sulla schiena per giocare con il pizzo, maniche a tre quarti, e collo stondato sul davanti, la vita è impreziosita da pieghe, dietro invece cade arricciato. Il pizzo è in un cotone leggerissimo ed impalpabile, non da fastidio sulla pelle perché anch’esso molto morbido. 

Mi sono davvero divertita nel farlo e non pensavo venisse capito. Avevo paura che potesse risultare troppo semplice per un abito da sposa. Invece è piaciuto, è piaciuto tanto. E anche questo mi ha fatto capire come viviamo in tempi dove anche il matrimonio può diventare semplice, senza troppi fronzoli ma allo stesso tempo romantico, proprio come i matrimoni delle fotografie in bianco e nero. 

L’allestimento de “il matrimonio secondo  alittlemarketitalia” curato da Lucia di Impressioni.it e Sara di nuvolosità variabile (nonché community manager di alittlemarketitalia) è stato proprio così, una romantica foto in bianco e nero di un matrimonio lontano dai nostri tempi ma che osservandolo ci riempie di commozione. 

Grazie perché con il vostro allestimento fate piacere i matrimoni anche a chi è un po’ allergica. 

Se avete intenzione di sposarvi e volete un abito molto semplice che rispecchi criteri di eticità e naturalità nei materiali potete contattarmi. 

Ovviamente dovevo dargli un nome. Un nome letterario, come tutta la collezione dell’atelier. 

Ho voluto quindi dedicarlo a quella eterna sposa un po’ sfortunata di Miss Havisham. Uno dei personaggi secondo me più belli e romantici di Charles Dickens. 

La trovi nel romanzo Grandi Speranze. 

Disegnare è un atto terapeutico. 

Qualche mese fa (giorno più giorno meno), mi era palesata la voglia di tornare a disegnare e dipingere. 

Ho sempre disegnato da quando ho memoria, ho fatto scuole artistiche, ma dopo il liceo (e un po’ di Accademia di Belle Arti), ho avuto una svolta universitaria diversa e ho accantonato matite e colori. Questo per tanto, troppo tempo. Avevo una specie di rifiuto, mi continuavo a dire che era mancanza di tempo ma in realtà era solo una scusa. 

Quel giorno di qualche mese fa, sono andata in un remoto cassetto a cercare i materiali di scuola. Il mio astuccio era come l’avevo lasciato, matite mangiucchiate e cortissime, carboncini rimasti a metà, gomme con su scritto nomi di band punk rock che ricordo a stento. 

E poi i miei acquerelli. Una sciccosissima scatolina di metallo nera. 

Ho iniziato a disegnare dopo 16 anni ed è stato come non aver mai smesso. 


Ho voluto così ridare spazio al disegno, all’acquerello, alla copia dal vero di soggetti naturali, che sono sempre stati un po’ il mio forte. Ho voluto che in qualche modo entrassero in contatto con il mio brand. 

Si, sono una sarta naturale che disegna la natura. 

Per avvicinarmici sempre di più, perché mi fa stare bene, perché il disegno è terapeutico.

All’inizio ero titubante, avevo paura che la cosa minasse un po’ il mio progetto lavorativo, che potesse creare confusione, che le persone entrassero nelle pagine dei miei social pensando: “ma questa che cavolo fa? Disegna o cuce?” Ebbene sì, faccio entrambe le cose, da oggi senza paura. 


Perché sono convinta che il lavoro deve fare bene e non fermarsi mai, perché ne sentivo il bisogno e tutto è venuto talmente naturale che ho pensato fosse proprio un peccato lasciare questo progetto nel cassetto.

Disegnare è come respirare. E sono rimasta in apnea per troppo tempo. 


I disegni che vedete in foto sono originali, ad acquerello e inchiostro a china.  Sono liberamente tratti dall’Erbario del 1543 di Leonhart Fuchs. Per il momento, perché quando esploderà la primavera conto di andare in giro per i campi a dipingere an plain air. 

Sono in vendita solo gli originali, non ci saranno copie. Ogni disegno sarà un pezzo unico. 

Li trovi sul mio shop di Alittlemarket in esclusiva, ti lascio il link se vuoi seguire anche questo progetto collaterale al quale tengo molto: 

Atelier sul Brenta su Alittlemarket
Per ora ci sono pochi disegni ma conto di aggiungerne sempre qualcuno di nuovo. Se hai una pianta preferita poi, sarò lieta di riprodurla per te; questo perché mi da la possibilità di conoscere le persone tramite le piante e mettermi in gioco ulteriormente. 

Mi farebbe tanto piacere sapere cosa ne pensi, ogni contributo o pensiero è sempre prezioso. Grazie. 

La sorellanza del cucito 

Stamattina ho avuto la prima lezione del corso di taglio e cucito con il progetto Sartosofia di cui vi avevo parlato. 

Ero al peggio delle mie condizioni fisiche, senza voce e con il torcicollo, nonché in ritardo dopo un’ora passata nel traffico. Ci è voluto un po’ per acclimatarmi, per capire dov’ero e cosa dovevo fare, un po’ come le ragazze, anch’esse spaesate per la poca padronanza della lingua e del perché sostanzialmente fossimo lì. 

Ma è bastato sedersi al tavolo, tirare fuori stoffe colorate e forbici e il resto l’ha fatto la magia del cucito. 


Perché non è la prima volta che mi capita, avendo tenuto workshop di cucito in passato avevo notato l’incantesimo, (perchè proprio di incantesimo si tratta). 

Quello che unisce donne diverse, con storie diverse, di culture diverse ed età diverse. La magia di creare qualcosa, qualsiasi cosa, con le proprie mani, frutto del proprio ingegno e della propria fantasia. 

E il cucito secondo me è proprio una cosa da femmine. 

Ci accomuna. Ci fa relazionare anche se non lo vogliamo, (mettete un gruppo di donne in una stanza con due macchine da cucire e vedrete il risultato), perché fa nascere in noi quella “sorellanza ancestrale” che abbiamo dalla notte dei tempi e in cui io credo tantissimo. 

È un mezzo. Un tramite tra noi stesse, le altre che ci sono vicino e l’atto della creazione. Che noi donne abbiamo atavico, ma che non riguarda solo il concepire un figlio, riguarda il concepire un’idea, un’opera d’arte, una creazione artigianale. 

L’atto creativo è un processo naturale. 

E il concepimento riguarda qualsiasi cosa noi donne facciamo. 

Concepiamo idee, atti, concepiamo progetti, nuovi stimoli, nuove sfide ogni giorno. Siamo tutte neo mamme, ogni giorno. Secondo me è questo che ci unisce. 

Nonostante la diversità di vite, di età e di intenti, riusciamo a capirci con uno sguardo. 


Oggi abbiamo iniziato a fare una copertina da culla con ritagli di tessuto. 

Ne è uscito un mondo coloratissimo, fantasioso, decisamente femminile, non vedo l’ora di vedere le varie copertine completate tutte insieme, cucite a mano, tutte con qualcosa di speciale, come speciale è l’atto creativo che è stato messo in atto (e che è impossibile fermare). 

Sartoria Etica ? 

È passato un anno esatto da quando mi sono fermamente decisa a voler intraprendere un percorso più tortuoso, più impegnativo, zeppo di difficoltà, ma che ritenevo (e ritengo) sia doveroso ed essenziale. Quando scelsi un percorso etico, ero piena di dubbi sul funzionamento della cosa, sul fatto che i prezzi delle materie prime sarebbero lievitati, che sarebbe stato fisicamente difficile reperirle, che non tutti mi avrebbero capita, che avrei dovuto lottare non poco non solo con negozi che vendono abiti economici, ma anche con artigiani che usano materie prime meno costose. 

Ho resistito con non poche difficoltà, ma se sono qui oggi, a poter raccontare questa cosa bellissima, lo devo sicuramente alla svolta etica che ho fermamente voluto. 


Perché oggi L’Atelier sul Brenta non è solamente abiti sartoriali etici confezionati con tessuti naturali.

Sono uscita dal mio campo d’azione per intraprendere un progetto bellissimo, in cui credo molto, e che (spero ma ne sono convinta ), mi darà tante soddisfazioni. 

Dalla settimana prossima insegnerò taglio e cucito a otto donne attuali e future mamme. Otto donne di cui ancora non conosco la storia, ma che voglio scoprire pian piano acquistando la loro fiducia. Alcune di loro sono giovanissime, incinte, con sorrisi appena accennati. Altre sono già mamme, dallo sguardo fiero e intoccabile. Sono sicuramente donne che hanno sofferto nonostante la giovane età, che sono arrivate qui perché i loro paesi non erano più in grado di sostenerle. 

Io non vedo l’ora di iniziare questa nuova avventura fatta di aghi, fili, tessuti, culture diverse e maternità. 


Il progetto porta l’evocativo nome di Sartosofia , io insegnerò a cucire e sarò appoggiata da esperte in ambito genitoriale che approfondiranno insieme alle ragazze alcune tematiche legate alla maternità e alla gravidanza. 

Useremo materiali riusati e recuperati per ridurre lo spreco e imparare l’arte del riciclo. 

È un progetto dell’associazione La Mente Comune sostenuto con i fondi otto per mille della Chiesa Valdese e si terrà presso il negozio dell’usato Manitese di Padova. 


Iniziamo la settimana prossima, vi terrò aggiornati sugli sviluppi del progetto che sarà comunque raccontato in testi e in immagini. Ma ci tenevo a raccontarlo anche qui, in questo minuscolo spazio che riflette la stanzetta reale dove lavoro. 

Sartoria etica? Per me è lavorare con tessuti con poco impatto sul pianeta, prediligendo quelli naturali di fabbricazione europea. Ma è anche aiutare le donne ad imparare qualcosa di concreto ed utile, per trovare il nostro posto nel mondo.

 Cosa che pare sempre più complicata.