Ne vale la pena?

Siamo alla fine della prima metà dell’anno, quel periodo di partenze, di commiati, di spensieratezza e leggerezza, dove non posso fare a meno di soffermarmi, guardare indietro e vedere com’è andato l’anno. Almeno fino ad ora.

(Sia mai che la spensieratezza sia troppa.)

Ammetto di non essere lucidissima in questi giorni, il caldo esagerato mi sta dando un po’ alla testa e faccio fatica ad elaborare pensieri un po’ più profondi, però la sera, quando rinfresca almeno un pochino, mi appoggio al cuscino fresco, sento il frinire di grilli e altri insetti, la finestra aperta, la mia mente inizia ad elaborare.

L’anno è iniziato con una voglia intensa di cambiare tutto il mio modo di lavorare. L’anno scorso ero ancora agli inizi, non avevo elaborato bene chi volevo essere (lavorativamente parlando) e cosa volevo proporre. Questo gennaio mi ha visto cambiare radicalmente, intraprendere quella che forse poteva essere una strada più tortuosa,sicuramente più complicata e di nicchia.

Ma nonostante i problemi dell’inizio, oggi, giovedì 3 agosto, con una temperatura esterna di 37 gradi, sono qui a dirvi che sono davvero felice.

Felice di come sono riuscita a portare avanti questa piccola attività tutta da sola, di come ho migliorato qualcosa di me, qualcosa nel servizio, tantissimo nella manodopera e nella scelta dei materiali. Sono decisamente cresciuta, e chi mi segue dall’inizio l’avrà notato.

Ho migliorato la mia visione di quello che voglio fare, ho sviluppato un aspetto importante del lavoro, ho capito che volevo lavorare solamente con alcuni materiali e sono riuscita a semplificare molto quel macello che era (anzi dovrei dire non era) la mia brand identity (per dirla in termini gggiovani).

In questi otto mesi ho venduto. Non venducchiato qua e là ad amici e conoscenti. Ho venduto da professionista. Ogni settimana una lista di ordini che venivano spuntati mano a mano che il lavoro procedeva. Per non far aspettare troppo le mie clienti, ho lavorato per dieci, dodici ore al giorno. Sono riuscita a sviluppare un metodo di lavoro, a non distrarmi, a farmi passare il coma post prandiale che chi lavora da casa conosce bene. insomma l’attività va bene ed è in crescita.

Ma quello che qui volevo raccontare, non è di me che sono tanto brava (e pure un po’ buona), ma di come ci sono riuscita.

In passato quando leggevo blogger e crafter già arrivate che ripetevano all’infinito la storia: conosci la tua cliente, lavora sul tuo brand, crea una brand identity, mi annoiavo un pochino e pensavo fossero un po’ frasi fatte. in realtà non c’è niente di più vero. Conoscere se stessi (e mettersi da parte) – capire cosa si vuole fare (e cosa siamo in grado di fare) – creare un mondo a parte – e di conseguenza – creare un prodotto per quel mondo.

La sempiterna domanda da porsi:

“Ma perché una dovrebbe acquistare un mio prodotto?”

dovrebbe essere la frase mantra da attaccarsi al muro, quello vicino alla scrivania. (per dirvi la mia, io l’ho scritta su un post it e l’ho appiccicata vicino ad un altro appunto di vitale importanza: “asole a destra” che mi dimentico sempre).

Lo so che probabilmente risulterò un po’ antipatica, ma non credo moltissimo al lavoro di una persona che ti aiuta a trovare la tua brand identity. O meglio, magari ti può anche aiutare, magari ci arrivi prima, però non è necessario. C’è chi come me ha voluto arrivarci da sola, per gradi, che la strada non è ancora finita. Perché il trovare il proprio lavoro secondo me è come un percorso spirituale. Non finisce mai, è in continua evoluzione e dice tanto di noi, di quello che vogliamo essere e di quello che vogliamo diventare. Per questo io credo che un’altra persona non ti può dire come fare. Può consigliarti, aiutarti, raddrizzarti anche (come fanno i maestri spirituali), ma la strada è tua e la stai percorrendo sola.

Quello che mi sento di dire inoltre è che ci vuole tempo. Tanto tempo. Tempo che si dilata esponenzialmente se hai le bollette da pagare, perché è bello voler fare il lavoro dei sogni, ma se poi non ti puoi nemmeno fare un aperitivo a fine mese, diventa quasi un incubo. E, qui apro il cuore con sincerità, ci sono stati periodi che lo è diventato, un incubo. E’ che o studi la tua famosa brand identity o vendi. Se non vendi (non perché non stai lavorando ma perché stai creando ciò che in futuro, speri, venderai) non guadagni. E se non guadagni non vivi e non puoi nemmeno investire sul tuo lavoro. Insomma è un circolo vizioso.

Ma (e qui dirò una serie di banalità, ma se le dicono tutti vorrà dire qualcosa), se ti fai un gran mazzo, vivi di povertà,lavori settordici ore al giorno, non esci la sera perché non hai un centesimo, alcuni giorni piangi sul divano guardando un film romantico perché sei disperata e in bolletta, non dormi la notte, e intanto il tempo passa, alla fine qualcosa arriva.

Il lavoro arriva.

E poi sono grandi soddisfazioni. Il tutto continuando però a lavorare come una pazza, piangere quando fai i conti, vivere in povertà (ma un po’ meno rispetto a prima) e non dormire (ma solo alcune notti).

Quindi la domanda da farsi all’inizio è una: “ne vale la pena?” io, due anni fa, mi ero risposta di si.

cri profilo

Tre anni di Fashion Revolution

Per chi non lo sa questa è la settimana della Fashion Revolution.

Qui viene spiegato molto bene di cosa si tratta. La data non è casuale, il 24 aprile del 2013 più di mille persone sono morte in Bangladesh per il crollo di un palazzo dove venivano cuciti gli abiti che indossiamo tutti i giorni.

fashion revolution

Ci si è così chiesto qual è il vero valore di una maglietta da cinque euro, e ne è uscito uno scenario davvero agghiacciante. Se volete farvi un’idea di cosa sia il fast fashion, la moda usa e getta degli ultimi anni, di come lavora davvero uno sweat shop e i danni che l’industria della moda sta facendo sul mondo potete guardare il documentario The True Cost (lo trovate anche su Netflix), dove ogni cosa, dall’eticità, lo sfruttamento del lavoro all’inquinamento viene spiegata molto bene.

Tutti sappiamo che dietro un abito a basso prezzo c’è una storia di schiavitù, ma secondo me, tutt’oggi, non abbiamo idea di quanto radicata sia la cosa. The True Cost ce lo fa capire.

fast fashion

Questo è il mio terzo anno di Fashion Revolution. Sono tre anni che ho preso consapevolezza che aprire il portafoglio per pagare un paio di pantaloni 10 euro non è un gesto leggero ma nasconde un atto politico e sociale. Sono tre anni che non acquisto un capo d’abbigliamento sottocosto. Devo dire che all’inizio la cosa non è stata facile, perché ammetto che l’industria del fast fashion ci ha abituato bene. Ci ha abituato ad avere una maglietta carina per una sera, e poi chissene se non ci piace più. Ci hanno abituato a comprare e comprare, montagne di vestiti che dopo due lavaggi sono da buttare. Sapete quanto sia difficile smaltire un capo di vestiario?

Oggi, dopo tre anni, posso dire di aver dimezzato gli acquisti di abbigliamento.

Risultato? Ho un armadio più in ordine, faccio le giuste lavatrici e so sempre cosa mettermi.

 

be curious

(Vabbè magari non sempre sempre, giusto in quei giorni lì).

E visto che non navigo nell’oro, voglio fare un vademecum e spiegarvi come acquisto e dove acquisto, perché anche io mi tolgo i miei capricci.

  • Acquistare usato. L’ho sempre fatto in realtà, ho sempre amato acquistare cose usate a poco prezzo, magari di anni passati. Esistono diverse realtà in Italia dove poter acquistare usato (dove non lo chiamano vintage sparandovelo ad un sacco di soldi). I negozi della Caritas, che non so perché noi italiani li snobbiamo perché pensiamo siano da barboni e poi a Londra svaligiamo il charity shop. E’ la stessa cosa eh? L’associazione Manitese ha diversi negozi di usato e riuso in giro per l’italia, io ogni lunedì faccio shopping in quello di Padova (Via Ognissanti 37) anche perché è la sede del progetto Sartosofia  (se vuoi sapere di cosa si tratta puoi leggere qui ).  Ci sono anche diversi Mercatini, hanno questo nome e sono negozi in franchising di cose usate, io vado spesso a quello del mio paesello. Ci trovate di tutto, oltre i vestiti, borse, scarpe, accessori, mobili e cose per la casa.
  • Acquistare artigianato. Conoscendo la scena handmade italiana ancora non mi capacito come sia possibile che le persone acquistino ancora i loro vestiti in un centro commerciale. Ve lo giuro! Abbiamo una quantità di artigiane e artigiani talentuosi, che creano cose stupende, meravigliose, personalizzate, che ve le fanno proprio come cacchio le volete, che davvero non capisco come si possa ancora andare da Zara. davvero non lo capisco.  Volete i nomi? Ce ne è davvero per tutti i gusti: Riot Clothing per chi ama lo street fashion, con uno sguardo agli anni ’90 e a quei rave parties mai dimenticati. Fils De Reves  se siete più romantiche e femminili, ovviamente mi ci metto anche io l’atelier sul Brenta  abiti naturali dai tagli senza tempo, Nevelo Kids moda senza tempo per bambine e ragazze, tanto per citare i miei preferiti. Non dimentichiamo poi i grandi marketplace dove si può trovare veramente di tutto dalla scarpa, al vestito, all’accessorio, e qui vi dico il mio preferito che è A Little Market perché? Perché acquistare su A Little Market è come comprare al negozietto del paese. Troverete un calore e una cura per il cliente davvero non comune. Se la trovate al centro commerciale venitemelo a dire che non ci credo!

Acquistare etico e solidale Qui ci vuole qualche soldo in più ma quando posso mi piace sbirciare nei negozi etici, Ce ne sono molti, e tanti che vendono prodotti che solitamente sono difficili da reperire in questo ambiente. Se, ad esempio, siete come me, perennemente in scarpe da ginnastica e jeans, vi do due indirizzi top: Veja  che fa sneakers con materiali organici e riciclati nel rispetto dell’ambiente e del lavoratore. Krochet Kids che fa moda sportiva con tanto di certificato di autenticità firmato dalla persona che ha confezionato il vostro prodotto che sono donne dei paesi poveri del mondo. Par. co Denim  fanno jeans in cotone biologico. Ancora non li ho provati ma sono sulla mia lista delle cose che voglio.

 

Quelli che vi ho dato sono solamente alcuni suggerimenti, ne avrei molti altri ma diventerebbe una lista infinita.

La cosa fondamentale in fin dei conti è prendere consapevolezza che ciò che acquistiamo ha un peso, sia sull’ambiente che sulle persone. Non dimentichiamolo e partecipiamo insieme alla Fashion Revolution. Chiediamo ai grandi marchi chi fa i vestiti che indossiamo. Perché lo vogliamo sapere!

Un mondo migliore è possibile. Sempre.

 

Se volete conoscere altre realtà etiche, indirizzi o quant’altro potete scrivermi e sarò lieta di rispondervi. Se invece volete iniziare la vostra battaglia etica acquistando un capo dell’atelier sul Brenta potete guardare lo shop online o scrivermi privatamente per maggiori informazioni sull’acquisto. Voglio ricordare che tutto ciò che creo è fatto con materie prime di altissima qualità, prodotte in Europa con basso impatto ambientale e tessuti naturali.

 

donne

Disegnare è un atto terapeutico. 

Qualche mese fa (giorno più giorno meno), mi era palesata la voglia di tornare a disegnare e dipingere. 

Ho sempre disegnato da quando ho memoria, ho fatto scuole artistiche, ma dopo il liceo (e un po’ di Accademia di Belle Arti), ho avuto una svolta universitaria diversa e ho accantonato matite e colori. Questo per tanto, troppo tempo. Avevo una specie di rifiuto, mi continuavo a dire che era mancanza di tempo ma in realtà era solo una scusa. 

Quel giorno di qualche mese fa, sono andata in un remoto cassetto a cercare i materiali di scuola. Il mio astuccio era come l’avevo lasciato, matite mangiucchiate e cortissime, carboncini rimasti a metà, gomme con su scritto nomi di band punk rock che ricordo a stento. 

E poi i miei acquerelli. Una sciccosissima scatolina di metallo nera. 

Ho iniziato a disegnare dopo 16 anni ed è stato come non aver mai smesso. 


Ho voluto così ridare spazio al disegno, all’acquerello, alla copia dal vero di soggetti naturali, che sono sempre stati un po’ il mio forte. Ho voluto che in qualche modo entrassero in contatto con il mio brand. 

Si, sono una sarta naturale che disegna la natura. 

Per avvicinarmici sempre di più, perché mi fa stare bene, perché il disegno è terapeutico.

All’inizio ero titubante, avevo paura che la cosa minasse un po’ il mio progetto lavorativo, che potesse creare confusione, che le persone entrassero nelle pagine dei miei social pensando: “ma questa che cavolo fa? Disegna o cuce?” Ebbene sì, faccio entrambe le cose, da oggi senza paura. 


Perché sono convinta che il lavoro deve fare bene e non fermarsi mai, perché ne sentivo il bisogno e tutto è venuto talmente naturale che ho pensato fosse proprio un peccato lasciare questo progetto nel cassetto.

Disegnare è come respirare. E sono rimasta in apnea per troppo tempo. 


I disegni che vedete in foto sono originali, ad acquerello e inchiostro a china.  Sono liberamente tratti dall’Erbario del 1543 di Leonhart Fuchs. Per il momento, perché quando esploderà la primavera conto di andare in giro per i campi a dipingere an plain air. 

Sono in vendita solo gli originali, non ci saranno copie. Ogni disegno sarà un pezzo unico. 

Li trovi sul mio shop di Alittlemarket in esclusiva, ti lascio il link se vuoi seguire anche questo progetto collaterale al quale tengo molto: 

Atelier sul Brenta su Alittlemarket
Per ora ci sono pochi disegni ma conto di aggiungerne sempre qualcuno di nuovo. Se hai una pianta preferita poi, sarò lieta di riprodurla per te; questo perché mi da la possibilità di conoscere le persone tramite le piante e mettermi in gioco ulteriormente. 

Mi farebbe tanto piacere sapere cosa ne pensi, ogni contributo o pensiero è sempre prezioso. Grazie. 

Spring is in the air…

In questi giorni qui sul fiume si comincia a respirare un’aria diversa. E’ tornato un timido sole e all’ora di pranzo prendo Remus e andiamo a farci un giro godendoci il piacevole tepore.

Al mattino presto non c’è più quella sensazione di silenzio assordante che c’è solitamente nell’immoto spazio dell’inverno. Ora il mondo è nella sua fase di risveglio. Non è il momento che preferisco dell’anno, perché è ancora molto freddo, ma comunque c’è una sorta di fremente vitalità nell’aria che mi rende euforica. Mi soffermo ad osservare come al suolo comincino a spuntare i primi piccolissimi fiori.

E’ il preludio, quel momento dell’anno dove tutto è improntato al divenire.

SAMSUNG CAMERA PICTURES

Dal canto mio mentre in inverno sono un’orsa in letargo che mette il naso fuori di casa si e no una volta alla settimana, adesso c’è la voglia di passeggiate e fine settimana passati fuori, di tornare alla mia amata barchetta, di circondarmi di fiori, di nuove piante per la casa, di vestirmi di colori chiari, di mangiare cose fresche, di stendermi al sole, di cucire un abito fatto di fiori, in una parola, di celebrare la vita nella sua forma più… vitale!

E’ anche il momento in cui cerco di ascoltare di più il mio corpo che manda chiari segnali. La trascuratezza dell’inverno si fa sentire e bisogna rimettersi in forma. Io non l’avevo assecondato e mi sono presa una bella intossicazione alimentare che mi ha fatto capire quanto sia importante volersi bene anche dal punto di vista alimentare. (Queste cose capitano sempre con l’arrivo della primavera, è incredibile come tutto sia collegato alla perfezione!).

Voi sentite il richiamo della natura? Siete in linea con il suo ciclo? Vi sentite scoppiare di vita?

Vi consiglio di provare con una “passeggiata consapevole”, come le chiamo io. Un giro nel bosco, al parco, in un giardino, dove soffermarsi a riflettere, dove essere consapevoli della propria camminata, del proprio movimento nello spazio circondati di natura. Può sembrare banale ma credo che prendersi del tempo per vivere più lentamente non lo sia mai.

SAMSUNG CAMERA PICTURES

Se la passeggiata non vi basta, vi consiglio di tenere d’occhio il sito  cecilialattari .

Cecilia vi guiderà in un mondo fatto di erbe e magia per ritrovare il vostro piccolo spazio di benessere nel mondo, e dove a breve ci sarà anche una novità tutta primaverile con un mio piccolo contributo. Rimanete sintonizzati.

SAMSUNG CAMERA PICTURES